Imparate a memoria il numero di telefono delle persone che amate

Oggi era il mio compleanno. Pochi se ne sono ricordati, ed è normale, perché da una decina d’anni a questa parte stiamo delegando fette sempre più consistenti della nostra vita a social network e piattaforme. Non ce ne rendiamo conto, ma già dopo dieci anni è un fatto: non ci ricordiamo più dei compleanni delle persone che conosciamo, non ci ricordiamo più dei numeri di telefono dei nostri parenti e dei nostri amici, non ci ricordiamo più di come occupavamo il tempo quando non eravamo online.

 

Ora, smorzo subito le critiche del “non si tornerà indietro”. Li ho letti anch’io i libri di Floridi sulle potenzialità di questa fase di iper-storia, so riconoscere anch’io che siamo immersi in una infosfera – ma rischiamo di fare la fine dei due pesciolini che si chiedono “cos’è l’acqua?” (Foster Wallace, 2005) –, so benissimo anch’io che non tutti questi “momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia” (Blade Runner, 1982) – o siamo replicanti? Cosa replichiamo, oltre i nostri errori? – e che, riconoscendoci come degli organismi informazionali, “inforgs” (Floridi, 2020), anche per noi esseri umani ci sarà un futuro – sempre che non vogliamo limitarci a rispondere a domande “binarie”, ecco.

Lo so. So anche che i vicini topologici (Lussault, 2017), cioè le persone che “sentiamo vicine” perché siamo in comunicazione con esse attraverso gli strumenti digitali, hanno un valore immenso insieme ai vicini topografici, cioè le persone che sono vicine a noi fisicamente in una stanza, un’università o un aeroporto.

 

Però pensiamoci: cos’abbiamo fatto con la porzione di memoria che abbiamo delegato ad una macchina? A cosa stiamo pensando ora che non teniamo più a mente i compleanni e i numeri di telefono? Cosa stiamo ricordando?

Solo delle password? Sarebbe una buona cosa, ma sfido chiunque, oggi, a non utilizzare un password manager. Quindi, per cosa usiamo la nostra memoria?

L’abbiamo usata per scrivere un romanzo, istruire una rete neurale o prenderci cura di qualcuno a noi caro?

 

Il mio timore è che non succeda niente di tutto questo e che le funzionalità che esternalizziamo alle macchine siano perdute per sempre, occupate da uno spazio vuoto che viene riempito velocemente dall’intrattenimento (Foster Wallace, 1996) e che lentamente ci uccide.

Il mio timore è che, guardandoci indietro, non potremo fare altro che dire: “Tutto quello che mi ricordo io è che erano tempi stupidi. Di una stupidità incredibile. Non succedeva niente” (Pynchon, 1973).

Andiamo là fuori e impariamo a memoria i numeri in un’altra lingua, il testo di una canzone – o una poesia, o una preghiera… qual è la differenza? – che quando la sentiamo fa cambiare “il tessuto stesso dell’aria, del tempo…” (Pynchon, 1973), il numero di telefono della persona che ci fa tremare le viscere quando la pensiamo. Ce lo meritiamo.

Ripartiamo da qui, dal restare umani.

 

 

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Commenti: 1
  • #1

    Sheikh (giovedì, 06 maggio 2021 13:52)

    Very though provoking article! it creates room for reflection on how much we are loosing our most singular and essential human attributes.